Vitalità di una giovane cinematografia
aprile - maggio 2010
JOURNEY TO THE SUN - GÜNESE YOLCULUK di Yesim Ustaoglu, TR/D/L 1999
Sceneggiatura: Yesim Ustaoglu; fotografia: Jacek Petrycki; montaggio: Nicolas Gaster; musica: Vlatko Stefanovski; suono: Christian Götz; interpreti: Newroz Baz, Nazmi Qirix, Mizgin Kapazan, Nigar Aktar, Iskender Bagcilar, Ara Güler; produzione: Behrooz Hashemian per Istisnai Filmler ve Reklamlar, Pit Riethmüller per Media Res Filmproduktion, Phil van der Linden per The Film Company,
35mm, colore, v.o. turca e curda st. f/t, 105’
Il turco Mehmet (Baz) impara sulla sua pelle cosa vuol dire assomigliare a un curdo e come la solidarietà possa venirgli solo da chi è “emarginato” come lui: così, quando l’amico Benzar (Qirix) muore per le percosse della polizia, il suo gesto di riconoscimento sarà riportarne la salma tra le montagne di casa. Un ritratto dolente e coraggioso della società turca, in cui i diversi non possono che subire violenze e umiliazioni, si tratti di donne, curdi o solo poveri cristi. Finanziato con capitali europei e scritto dalla regista, un film che trasforma i limiti produttivi in forza espressiva, senza cedere alla retorica o alla demagogia. E il villaggio sommerso dall’acqua dove finisce il viaggio di Mehmet non si scorda tanto facilmente. Yesim Ustaoglu. Laureata in architettura, ha scritto diversi articoli per riviste d’arte e di cinema. Debutta nella regia nel 1984 e dieci anni dopo vince con La traccia (1994) il Festival cinematografico di Istanbul. Si fa conoscere in occidente con Viaggio verso il sole (1999) e in seguito realizza Waiting for the Clouds (2003) e Sirtlarikandi hayat (2004). Con il suo ultimo film Pandora’s Box (2008), presente in questa rassegna, ha vinto nel 2008 la “Concha” d’oro, gran premio del Festival del cinema di San Sebastian. All’attrice Tsilla Chelton, che interpreta il ruolo di un’anziana affetta ldal morbo di Alzheimer, è andata la “Concha” d’argento per la miglior interpretazione femminile. Pandora’s Box ha pure vinto il premio Tre castelli all’ultima edizione (2009) di Castellinaria, il Festival del cinema giovane di Bellinzona.
Sceneggiatura: Fatih Akin; fotografia: Rainer Klausmann; montaggio: Andrei Bird; musica: Shantel; scenografia: Tamo Kunz, Sirma Bradley; interpreti: Nurgül Yelsiçay, Baki Davrak, Turcel Kurtiz, Hanna Schygulla, Patrycia Ziolkowska, Nursel Köse, Yelda Reynaud, Lars Rudolph, Andreas Thiel; produzione: Fatih Akin, Klaus Maeck, Andreas Thiel per Anka Film/Corazón International/Ndr/Dorje Film/Ffa,
35mm, colore, v.o. tedesca e turca st. f, 122’
Nonostante la contrarietà del figlio Nejat (Davrak), Ali, un anziano turco che vive a Brema (Kurtiz), decide di vivere con Yeter (Köse), una prostituta anch’essa turca che fa il mestiere per aiutare negli studi la figlia Ayten che vive a Istanbul (Yelsiçay). Ali causa accidentalmente la morte di Yeter e Nejat, che le si era affezionato, lascia il suo lavoro di docente e si reca in Turchia per cercare Ayten. La quale, invece, ricercata perché appartenente a un gruppo antigovernativo accusato di terrorismo, ha raggiunto la Germania. Qui trova la solidarietà e l’amore di una studentessa, Lotte (Ziolkowska), che la segue nel suo ritorno da prigioniera in patria dandosi da fare per liberarla.
Dopo La sposa turca, un altro bellissimo film di Fatih Akin che va alla ricerca delle proprie radici in una storia intrecciata e multiculturale che confina con le rabbie di Fassbinder e con uno sguardo sulla Istanbul di oggi dove sventolano le bandiere, come nei libri di Pamuk. E come in Babel, i percorsi sono paralleli: affetti che non si incrociano, amori difficili, cortei pericolosi, rimorsi e rancori svenduti anche post mortem.
(Maurizio Porro, “Il Corriere della Sera”, da www.mymovies.it)
Sceneggiatura: Yesim Ustaoglu, Selma Kaygusuz; fotografia: Jacques Besse; montaggio: Franck Nakache; musica: Jean-Pierre Mas; interpreti: Tsilla Chelton, Derya Elabora, Onur Ünsal, Ovu Avkiran, Osman Sonant, Tayfun Bademsoy; produzione: Ustaoglu Film Yapim, Turchia 2008.
35mm, colore, v.o. turca st f/t, 112
Quando Nusret (Chelton) si allontana dalla sua casa, nelle montagne vicino al Mar Nero, non immagina certo che andrà a mettere a dura prova i nervi dei suoi figli. La sua famiglia è del resto l’ultima delle preoccupazioni di questa vecchia signora, colpita dal morbo di Alzheimer. E i suoi figli, nonostante le loro apparenti riuscite sociali, non vivono bene. La scomparsa della madre porterà a galla il loro malessere, obbligando le due figlie, Nesrin e Güzin, a confrontarsi con il vuoto siderale delle loro vite affettive, mentre il fratello Mehmet non potrà più nascondere il fallimento della sua pretesa vocazione artistica. Solo Murat, l’adolescente ribelle figlio di Nesrin, saprà instaurare un rapporto con questa nonna che non aveva mai conosciuto. (dal Catalogo di Castellinaria 2009)
Yesim Ustaoglu. Vedi scheda di Journey to the Sun.
Sceneggiatura: Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan, Ercan Kesal; fotografia: Gökhan Tiryaki; montaggio: Nuri Bilge Ceylan, Ayhan Ergürsel, Bora Göksingöl; scenografia e costumi: Ebru Ceylan; interpreti: Yavuz Bingol, Hatice Aslan, Rifat Sungar, Ercan Kesal, Cafer Köse, Gürkan Aydin; produzione: Zeynep Özbatur per Zeynofilm/Pyramide Productions/Bim//Nbc Film/Imaj, Turchia/Francia/Italia 2008.
35mm, colore, v.o. turca st. f/t, 109’
Una strada di notte. Un uomo viene investito da un’auto e abbandonato. Qualcuno però ha visto la targa dell’automezzo che è di proprietà di un uomo politico (Kesal) il quale, per evitare lo scandalo che troncherebbe la sua carriera, chiede al suo autista (Bingol) di autoaccusarsi dell’incidente. Resterà in carcere per poco tempo, sua moglie continuerà a ricevere il suo stipendio e, al momento del rilascio, ci sarà per lui un’ingente ricompensa. L’uomo accetta. Da quel momento sarà la moglie (Haslan) ad andare a riscuotere, divenendo l’amante del politico e suscitando i sospetti del figlio adolescente (Sungar). Quando il marito tornerà, la tragedia incomberà sul nucleo familiare.
Come per le protagoniste della famosa favola giapponese delle tre scimmiette, c’è chi non vuole vedere, chi non vuole sentire e chi non vuole parlare. In un mondo sempre più amorale e distante da un sentire che non si basi sulla convenienza immediata, i tre personaggi affrontano gli eventi chiusi nella propria separazione… Il figlio adolescente è il solo, anche se chiuso in un silenzio quasi impenetrabile, a cercare disperatamente un modo di reagire a ciò che potrebbe apparire come ineluttabile.
(Giancarlo Zappoli, in www.mymovies.it)
Nuri Bilge Ceylan è nato a Istanbul nel 1959. È regista, attore e fotografo. Dopo la laurea in ingegneria, studia per due anni alla scuola di cinema dell’università Mimar Sinan. Nel1995 realizza il cortometraggio Koza, selezionato al Festival di Cannes. Del 1997 è il suo primo lungometraggio, Kasaba, presentato al Festival di Berlino nel 1998, dove ottiene il premio Caligari.
Seguono Nuvole di maggio (1999); Uzak (2003), che vince a Cannes il Grand Prix nonché la Palma per l’interpretazione dei due protagonisti maschili; Il piacere e l’amore (2005); e Le tre scimmie (2008), con cui si aggiudica a Cannes il Premio alla regia. Nel 2009 è stato membro della giuria sempre al Festival di Cannes.
Sceneggiatura: Ayca Damgaci, Huseyin Karabey; fotografia: Emre Tanyildiz; montaggio: Mary Stephen; interpreti: Ayca Damgaci, Hama Ali Kahn, Cengiz Bozkurt, Nesrin Cevadzade, Ani Ipekkaya, Emrah Ozdemir, Omer Sahin, Volga Sorgu Tekinoglu; produzione: Huseyin Karabey, Lucinda Englehart, Sophie Lorant per A-SI Films/Ajans 21/Motel Films/Méchant Loup Production.
35mm, colore, v.o. turca e curda st f, 93’
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In una campagna vicino al mare, un figlio assiste la madre morente.
Il film racconta un fatto realmente accaduto nelle settimane segnate dallo scoppio della seconda guerra irakena. Una donna turca, corpulenta, simpatica e umanissima, l’attrice Ayca Damgaci (se stessa) si innamora sul set di un film di un attore curdo-irakeno (Hama Ali Kahn) e, terminate le riprese, tenta di raggiungerlo in Irak passando dall’Iran…
La vicenda privata s’intreccia con il terrore della guerra, la repressione della polizia, la scomparsa di ogni speranza. Le sequenze iraniane, con la protagonista guardata dagli uomini come un animale strano perché viaggia da sola, valgono più che un intero saggio sull’oppressione della donna. Un esordio più che promettente, un film intelligente, forte e coraggioso. (Umberto Rossi, in “Cineforum”, 480, dicembre 2008)
Huseyin Karabey. Nato nel 1970, vive a Istanbul. È noto in Turchia, fin dalla fine degli anni Novanta, come regista di documentari e come direttore della A-SI Films, una casa di produzione che si prefigge di raccontare storie avvincenti della regione.
Gitmek: My Marlon and Brando è il suo primo lungometraggio di finzione.
Sceneggiatura: Seyfi Teoman; fotografia: Arnau Valls Colomer; montaggio: Cicek Kahraman; suono: Ismail Karadas; scenografia: Nadide Argun; interpreti: Taner Birsel, Rayfun Günay, Harun Özüag, Ayten Tökün, Osman Inan; produzione: Yamac Okur, Nadir Operli per Bulut Film, Turchia 2008.
35mm, colore, v.o. turca st f, 92’
Nel corso di una calda estate, un piccolo commerciante di verdure è colpito da emorragia cerebrale e muore. Nella sua vita è sempre stato freddo e scostante con i familiari. Il fratello Hasan (Birsel), che è sempre rimasto estraneo alla famiglia, deve prenderne in mano gli affari e, con molta ragionevolezza, mette a posto le cose. Convince il figlio maggiore (Özüag) a continuare a frequentare la scuola militare, difende il più piccolo (Günay) dalla sopraffazione dei compagni, tranquillizza la moglie (Tökün) sulla fedeltà del marito, rimette in moto l’azienda…
Nel film si sente l’influenza del cinema di Reha Erdem, sia per i tempi distesi del racconto sia per l’occhio complice e sentimentale con cui l’esordiente Seyfi Teoman guarda al mondo della campagna, ai suoi riti, alla dura fatica che impone a chi vi abita. (Umberto Rossi, in “Cineforum”, 480, dicembre 2008)
Seyfi Teoman. È nato a Kayseri nel 1977. Dopo studi di economia a Istanbul, frequenta per due anni la Polish National Film School di Lodz. Esordisce con il cortometraggio Apartman (2004). Summer Book è il suo primo lungometraggio di finzione, presentato al Festival di Berlino e premiato in patria come miglior film turco dell’anno 2008.
Sceneggiatura: Ash Özge; fotografia: Emre Erkmen; montaggio: Vessela Martschewski, Aylin Zoi Tinel, Christoph Schertenleib; suono: Florian Beck; interpreti: Fikret Portakal, Murat Tokgöz, Umut Ilker, Cemile Ilker; produzione: Endorphine Production (Berlino)/Yeni Sinemacilik (TR)/Kaliber Film (NL)
35mm, colore, v.o. turca st f, 87’
Tra migliaia di cittadini che ogni giorno imboccano il ponte sul Bosforo che collega le due parti di Istanbul, tre uomini si incrociano quotidianamente senza mai notarsi. Fikret (Portakal, se stesso) è un diciassettenne che vive in uno dei quartieri poveri della periferia e vende illegalmente rose sul ponte, senza riuscire trovare un lavoro stabile. Umut (Ilker, se stesso) è un tassista ventisettenne che lavora indefessamente ed è sposato con Cemile (Ilker, se stessa), una donna che vive al di sopra dei suoi mezzi e sogna un appartamento più grande e confortevole. Murat (Tokgöz) è un poliziotto, arrivato da poco dalla provincia, che dirige il traffico e nel tempo libero cerca ostinatamente una compagna su internet.
Il film si situa sul confine tra finzione e documentario (due dei tre personaggi interpretano se stessi, mentre le autorità turche non hanno autorizzato la regista a girare con un vero poliziotto) e, seguendo la quotidianità di questi tre uomini nella capitale, allude alle preoccupazioni della Turchia di oggi, stretta tra nazionalismo, PKK, disoccupazione e istruzione. Metafora di un paese in piena trasformazione, il ponte sul Bosforo che unisce Asia ed Europa diventa punto d’incontro per tre rappresentanti di una nuova generazione turca piena di contraddizioni e dal futuro ancora incerto. (dal Catalogo del Festival di Locarno 2009)
Ash Özge. È nata in Turchia nel 1975. Studia dapprima comunicazione all’Università di Istanbul per poi conseguire, nel 1999, una laurea presso il dipartimento di cinema e televisione della Marmara University. Esordisce con il cortometraggio Capital C (2000). Emigrata nello stesso anno in Germania, realizza il telefilm Ein bisschen April (2003) e il documentario Hesperos’ Apprentices (2005). Men on the Bridge, presentato nel 2009 a Locarno nel concorso Cinéastes du présent, è il suo primo lungometraggio di finzione.
È impressionante come negli ultimi dieci anni il cinema turco si sia reso visibile nei più grandi festival internazionali, conquistando allori da Cannes a Toronto e facendo parlare di sé nelle riviste più prestigiose. Se prima del 2000 fuori dei confini nazionali l’unico nome conosciuto era quello del grande Yilmaz Güney (Il gregge, 1978, Yol, 1982, Palma d’oro a Cannes…), oggi si assiste a un proliferare di giovani registi in grado di rappresentare senza remore e con linguaggi innovativi gli sconvolgimenti della società turca contemporanea, le sue contraddizioni e i suoi problemi spesso irrisolti.
Occorre fare una distinzione: esiste un cinema turco (caso più unico che raro nel panorama mondiale) in grado di sconfiggere al box office qualsiasi concorrenza straniera, compresa quella hollywoodiana. Nel 2008 i dieci film più visti nel paese erano produzioni nazionali: si tratta evidentemente di film commerciali spesso assai grossolani e difficilmente esportabili, che spaziano dal melodramma al western anatolico, dalla commedia popolare alla fantascienza, in grado di attirare milioni di spettatori.
Ma esiste un altro cinema turco, indipendente e d’autore, spesso costretto a ricorrere alle coproduzioni per essere visibile, che per il momento miete successi più all’estero che in patria.
Ed è proprio questo cinema, che una volta si sarebbe definito d’ “Art et Essai”, che costituisce l’ggetto della nostra rassegna: film low budget, che solo negli ultimi anni possono beneficiare di un limitato aiuto statale, avventure produttive spesso rischiose, che comunque hanno saputo dimostrare al mondo intero il dinamismo di un buon numero di cineasti e cineaste che hanno parecchie cose da dire sul loro paese e lo fanno attraverso la costante ricerca di uno stile personale, che è poi la condizione sine qua non per essere riconosciuti a livello internazionale.
La testa di serie di questo drappello è senz’altro Nuri Bilge Ceylan, di cui presentiamo tre film.
I critici gli hanno subito riconosciuto una sua originalità autoriale, forgiata da molteplici influenze che vanno da Antonioni a Kiarostami. Scoperto in occidente grazie al festival di Cannes (Gran premio della giuria e Palma d’oro ai due protagonisti) con il suo terzo film, Uzak (2002), si è riconfermato, sempre sulla Croisette, con il suo ultimo lavoro, Le tre scimmie (2008), insignito del Premio alla regia. Ma assieme a lui sono molti i giovani registi che si sono fatti apprezzare sia nei festival turchi che in quelli internazionali. Safy Teoman con il suo primo lungometraggio di finzione Summer Book (2008) è sbarcato a Berlino e ha vinto il patria il premio per il miglior film dell’anno: presentiamo il suo film in prima visione svizzera. Huseyin Karabey, conosciuto in Turchia come valido autore di documentari, ha incantato gli spettatori occidentali con Gitmek: My Marlon and Brando, una forte e commovente storia d’amore tra un’attrice turca e un attore del Kurdistan irakeno. Poi ci sono due donne: l’esperta e da tempo affermata Yesim Ustaoglu (con i bellissimi Viaggio verso il sole, 1999 e Pandora’s Box, 2008, vincitore a San Sebastian e a Castellinaria); e la giovane Ash Özgi (con il sorprendente Men on the Bridge, 2009, in prima visione svizzera dopo la partecipazione ai Cinéastes du présent di Locarno). Completa il programma il turco di Germania Fatih Akin, che non ha certo bisogno di particolari presentazioni dopo il successo de La sposa turca (2004), del quale presentiamo i due film che più hanno a che fare con la realtà del suo paese d’origine: Crossing the Bridge (2005), intenso documentario sulla scena musicale di Istanbul, e Auf der anderen Seite (2007), che si svolge tra Brema e la Turchia.
Il menu cinematografico sarà infine integrato con due cene a base di specialità turche, una nel Sottoceneri e una a Locarno, per l’organizzazione delle quali ringraziamo sentitamente l’Associazione culturale turca del Ticino.
Michele Dell'Ambrogio, Circolo del cinema Bellinzona


